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Il fondatore

Sono Eufemio Del Buono,nato a Cetona, un paesino in provincia di Siena nel 1928. Dieci anni dopo la mia nascita, mio padre, seguendo l’esempio dei fratelli e delle sorelle, decise di lasciare Cetona e di cercare un qualsiasi lavoro a Roma. Proseguii gli studi e a causa della miseria che aveva portato la guerra, per potere pervenire a conseguire il diploma di ragioniere, dovetti lavorare durante l’estate per guadagnare il necessario per studiare e non pesare sul bilancio dei mie genitori. Feci diversi lavori: con la società di assicurazioni Fiumeter m’impegnai ad incontrare i titolari di polizze scadute, ottenendo ottimi risultati, tra i quali il rinnovo della polizza di un carbonaio, il cui premio annuo era di 40.000 lire, rinnovata per un nuovo importo di 400.000 lire!

L’anno successivo fui impegnato in una fabbrichetta che a via Flaminia produceva ricordi di Roma: in un primo tempo fui incaricato di limare alla base i pezzi ( lupe, archi di Costantino,ecc.) che uscivano dalla fusione; successivamente venni impegnato a passare la piombaggine, un intruglio dolciastro che restava in gola e nel naso, provocando nausea; la quale rendeva bronzei tutti gli oggetti creati. Forse a causa dello stoicismo dimostrato accettando per giorni il supplizio della piombaggine, venni incaricato di vendere ai negozianti i ricordi di Roma ultimati; anche in quell’occasione ottenni un buon successo. Un’estate feci per tutta la stagione i coni nella gelateria del mio amico Giovanni Lotti in via Gioacchino Rossini, nei pressi di Piazza Ungheria. Nell’ultima estate in cui lavorai svolsi un lavoro particolare: dovevo sedere vicino al posto di guida perché l’avvocato che conduceva la vettura soffriva di attacchi cardiaci ed io avevo il compito di mettergli in bocca la pasticca per prevenirli, qualora si fossero manifestati. Finché giunse l’anno del diploma. Eravamo nel 1947...............

Diplomato, nell’enorme difficoltà di trovare un lavoro, mi iscrissi alla Facoltà di Economia e Commercio, sempre barcamenandomi in serie difficoltà economiche. Mi adoperai per molto tempo per trovare un’altra qualsiasi occupazione, ma inutilmente. Finchè un giorno, a dimostrazione che la perseveranza premia, lessi sulle offerte di lavoro di un quotidiano che la sala delle corse di cavalli di Via Sannio cercava degli studenti per utilizzarli. Il giorno seguente mi trovai seduto ad uno sportello della sala a prendere scommesse su cavalli vincenti, accoppiate e martingale. Ricordo ancora l’accoppiata “Titi Caca e Cosimo Tura”che tutti i frequentatori della sala giocavano spesso, ma che non usciva mai! Oltre alla particolare accoppiata, ricordo l’ indolenzimento della mano e del braccio destro, per scrivere a mano su apposite bollette in doppia copia le puntate dei giocatori, per otto ore consecutive al giorno Ma ciò che non potrò sicuramente scordare per tutta la vita furono le tremende scenate che avvenivano in sala quando le mogli dei giocatori aggredivano i rispettivi mariti, i quali reagivano prendendo a pugni e a calci le malcapitate e, con maggiore accanimento quando queste ricordavano loro che i figli pativano di fame.. Presi la decisione di lasciare quella bolgia infernale, anche se quanto avevo visto mi  immunizzò dal vizio delle sco mmesse.

Lasciata la sala delle corse, non avrei potuto continuare a frequentare l’Università se un compagno di studi non mi avesse informato che l’Ambasciata del Libano presso la Santa Sede cercava un impiegato italiano. Mi presentai e mi fu proposto l’assunzione come contabile e redattore in lingua italiana, ma con la qualifica di semplice fattorino..........

......mi si offriva finalmente la possibilità di avere un’occupazione e accettai di buon grado.. ..

L’orario di ufficio in Cancelleria era di quattro ore, dalle ore nove del mattino alle ore 13, perciò il pomeriggio potevo incontrarmi con gli amici o al caffé Hungaria a piazza Ungheria, oppure per compiere una passeggiata a Villa Borghese, dove la nostra meta preferita era la terrazza del Pincio, sulla quale è nata l’idea di creare un chiosco.

Infatti, allora, su quella terrazza esisteva un piccolo chiosco bar di proprietà della Casina Valadier, che non si limitava a servire consumazioni al banco, ma assicurava anche il servizio alle macchine in sosta sul piazzale con appositi plateau agganciati agli sportelli delle autovetture.

Dalla prima volta che vidi quel chiosco e come lavorava, non smisi più di pensare che per arrotondare lo stipendio dell’Ambasciata sarebbe stato necessario trovare un posto panoramico come quello per potervi installare un chiosco simile. Questa idea mi assillava notte e giorno.......

..........ne parlavo continuamente con gli amici fino a farli nauseare. Finalmente fui portato a conoscere il posto panoramico più bello di Roma, che superava enormemente le mie aspettative. Infatti un giorno che stavo in giro a "zonzo", fui fermato da uno dei miei amici Franco Crescenzi e dalla moglie che mi chiesero di salire perché, dissero, mi avrebbero condotto nel luogo panoramico che cercavo per impiantarvi il chiosco. Eccitato per la notizia, appena saliti, partimmo per raggiungere questa località panoramica....

.....presa la via Trionfale e giunti alla fine della salita, svoltammo a destra, passando sotto un arco che immetteva in una strada che conduceva sulla sommità di Monte Mario, dove era ubicato l’Osservatorio Astronomico di Roma. Fermai la vettura al termine della salita, in prossimità del muro di cinta dell’Ente Scientifico dove esisteva un leccio secolare, vicino alla curva che immetteva in un piazzale realizzato con sampietrini in parte sconnessi e attraversato proprio a metà da pali di legno con filo spinato arrugginito.

Appena scesi, alcuni bambini, figli delle famiglie che abitavano case fatiscenti sul proseguo della strada che avevamo percorso, si avvicinarono chiedendo 10 lire. Ciò mi fece pensare che il luogo fosse già frequentato.

Dopo di ciò ci dirigemmo verso il punto belvedere, percorrendo un piazzaletto sterrato. Giunti in prossimità di un cipresso che ancora esiste, costituito da tre rami che si stagliano verso il cielo, si presentò il panorama della città di una bellezza incommensurabile, che si estendeva da Tor di Quinto fino al mare, lasciandomi senza fiato. Ripresomi dallo stupore mi girai verso il leccio secolare e, indicandolo con il braccio pensai: “ Li ci metto il chiosco”! Era il 1951 quando presentai il progetto al Comune di Roma per ottenere l’autorizzazione ad occupare il suolo pubblico per un chiosco in lamiera delle dimensioni di ml 2x2, allo scopo di vendere bibite analcooliche e gelati confezionati........
........nel 1956, con l'agognata autorizzazione comunale, nacque "Il Caffè Zodiaco", divenuto attualmente punto di riferimento di milioni di visitatori

Ristorante-Caffe' Lo Zodiaco
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